#209 - 0--FLG--Il vero Capodanno--2010-07-07 16:26:24
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Quest’anno ho festeggiato il Capodanno in compagnia di un’amica persiana che, tra un calice e l’altro di spumante da discount (orrendo!), mi sferza scherzosamente dicendomi: “Ma che senso ha festeggiare il Capodanno in pieno inverno, quando fa freddo e la natura è morta?! In Iran festeggiamo il No Ruz * (Nuovo Anno) il primo giorno di primavera!”.
In fondo, tutti i torti non li aveva!
- Questa considerazione continuava a frullarmi per la testa quando ho pensato: ma anche noi festeggiamo il Capodanno (il Vero Capodanno!) in primavera: festeggiamo la Santa Pasqua!
Non è certo un caso che la Pasqua si celebri quando la natura, che sembrava irrimediabilmente morta e spettrale, rinasce a nuova vita nello splendore del creato!
La Pasqua è il nostro vero Capodanno, segna l’inizio della nostra nuova vita in Cristo che, “morendo, ha distrutto la morte, risorgendo, ha dato a noi la vita”.
Infatti, nonostante l’attuale enfatizzazione consumistico-pagana del Natale, che è ormai la festa dell’omone panciuto vestito di rosso che porta i regali e nonostante l’altrettanto fuorviante - se non di più! - enfatizzazione sentimentalistica e buonistica del Natale, la nostra fede è una fede marcatamente pasquale.
Nella festa della Natività celebriamo lo straordinario evento di un Dio che si fa bambino (!), che entra nella vita dell’uomo quasi di soppiatto! All’epoca di Gesù, infatti, come in quasi tutte le civiltà antiche, il bambino era l’ultima ruota del carro della società, ancor più dell‘anziano e dell’handicappato!
Però questo Bambino è capace di trasformarla radicalmente la vita, rendendosi presente per sempre, carnalmente, nella nostra vita attraverso i fratelli e attraverso il Pane eucaristico.
Ma, come ci ricorda San Paolo, “se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede”.
Infatti l’evento davvero stupefacente è che la Pasqua del Cristo, il passaggio dalla morte alla vita, ha reso possibile anche la nostra Pasqua e quindi la fede in Colui che è capace (se glielo permettiamo!) di far morire l’uomo vecchio, legato alla carne e quindi alle contingenze e di far nascere l’uomo nuovo, legato allo Spirito, che è Amore, è Vita, è Fuoco che arde incessantemente, come ci ricorda la bellissima e suggestiva Liturgia del Fuoco del Sabato Santo.
In S.Giovanni, in riferimento alla Passione e alla Resurrezione del Signore leggiamo: “se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo, se invece muore produce molto frutto’’.
Questa frase potrebbe suggerirci solamente un atteggiamento di umiltà, interpretazione non certo sbagliata ma probabilmente riduttiva.
Ma proviamo ad intendere questa frase in senso ancor più radicale.
Se noi non moriamo a noi stessi, se noi non moriamo all’immagine che si ci siamo fatti di noi stessi, se non moriamo a tutti gli schemi e le sovrastrutture che noi stessi, i nostri genitori e la società ci hanno imposto, allora rimaniamo soli, non è possibile il nostro incremento umano, rimaniamo quelli di sempre, sempre più vecchi e stanchi della vita.
Se invece moriamo, se lasciamo a Dio carta bianca, se permettiamo a Dio di intervenire nella nostra vita fino a sconvolgerla, fino addirittura alla totale distruzione della nostra vecchia immagine, allora produciamo molto frutto!
Dalla marcescenza di noi stessi Dio fa nascere una persona nuova, una persona finalmente viva e libera!
Detto ciò, ahimè, questo susseguirsi di morte e di vita, di croce e resurrezione, accade diverse volte nella nostra vita e spesso noi abbiamo la tentazione di dire al Signore: “Elì Eli’ lemà sabactani?” o, nella sua forma più comune “No, Signore, stavolta prendo in mano IO la mia vita, lascia fare a me, mi salvo da solo!”.
E invece, per quanto destabilizzante sia, la resurrezione di noi stessi è possibile solo attraverso la croce, attraverso le asperità e i dolori di un cambiamento radicale, attraverso “le doglie del parto di un uomo nuovo che nasce alla vita”, come recita un bellissimo canto.
Solo questa croce, questa luminosa e terribile croce, ci rende consapevoli del grande Amore di cui siamo fatti oggetto da un Dio che è Padre ed è ben lungi dal sadismo che spesso, ingiustamente, gli attribuiamo quando siamo schiacciati dalla croce e riottosi a causa del peccato.
Per dirla con Emmuanuel Mounier: “E’ necessario soffrire perché la verità non si trasformi in dottrina ma nasca dalla carne!”
Stellina--comments-->0--610--27
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