Narcisista è appunto colui che si è talmente conservato e curato da finire con l'innamorarsi solo di se stesso. La sua ricetta è costituita da questi verbi: apparire, stupire, affascinare, fare colpo, avere in mano la situazione, sbarazzarsi di situazioni imbarazzanti, vincere, e soprattutto, cercare la felicità.
SIMBOLI NARCISISTICI
Che questa sia la cultura corrente basta guardare ai tanti simboli narcisisti che ci circondano. I piú comuni: la moda, la pubblicità, lo status sociale.
UN IO GRANDE MA INFRANTO
Forse ho usato tinte un po' forti. L'ho fatto per evidenziare il nucleo della cultura narcisista: un progetto di vita fondamentalmente auto-centrato. L'io personale viene messo al centro dell'universo e la realtà che lo circonda ha valore se è funzionale a quell'io, cioè se gli da rinforzo, sostegno, luce.
E il risultato...?
Da tanta cura di sè, ci dovremmo attendere l'esito di una vita realizzata. Finalmente felici: alla vista del nostro io riconosciuto da noi e dagli altri. Tanta cura per se stessi dovrebbe logicamente portare alla felicità. E invece no. L'esito è il fallimento dell'io, descritto dagli esperti della psiche in modi diversi: vuoto di significato, alienazione, noia, apatia, insoddisfazione circa il proprio ruolo, smania per qualcosa che non si sa bene cosa sia, paura della morte e della vecchiaia... Sono stati proprio questi "sintomi" così moderni e diffusi a spingere gli studiosi alla ricerca delle cause, ritrovate appunto nella cultura del narcisismo.
LE REGOLE DEL GIOCO
C'è qualche cosa che non va. Ritorna prezioso l'insegnamento della parabola del ricco stolto. Era ricco, pensava di essersi assicurato un avvenire felice, contro ogni evenienza. E invece, all'apice della sua conquista, si ritrova perduto: "Stolto, oggi stesso morirai". Si illudeva di poter vivere in un eterno e beato presente e invece, nel momento del successo, si ritrova che il tempo è scaduto.
La lezione del narcisismo mi sembra a questo punto chiara: c'è un ordine oggettivo che si impone come garante del successo della vita e che nessun uomo può cambiare, pena il suo fallimento.
C'è un metodo oggettivo per la ricerca della felicità. Un metodo che la persona non può inventare o modificare ma può solo accettare, se lo vuole.
Ognuno di noi rimane libero di ricercare o no la propria felicità, ma la strada per essere felici è una sola. C'è una libertà che nessuno di noi può prendersi: definire soggettivamente cosa vuol dire essere felici. Per la felicità è come per l'amore: io rimango libero di amare o non amare, ma se decido di amare non posso definire l'amore. Esso contiene delle caratteristiche oggettive che io non ho creato, ma che trovo già definite, anche se poi mi rimarrà il compito di soggettivarle, cioè di trovare il mio modo originale di amare.
Però rimane il fatto, che posso considerarmi un vero amante solo se mi adeguo a quei criteri pre-definiti. Sono libero di amare o non amare, ma non sono libero di chiamare amore la gelosia e lo sfruttamento dell'altro.
Così per la felicità: c'è un manuale d'uso da rispettare.
DUE INDICAZIONI…
Come non si fa ad essere felici lo abbiamo visto: ricercare se stessi o mettersi al centro dell'universo. La vera strada della felicità è il suo esatto contrario. Se vuoi essere felice perdi te stesso. Solo nella misura in cui tu ti de-centri, potrai ritrovarti. La porta della felicità si apre sempre verso l'esterno. La felicità è la conseguenza non intenzionale della trascendenza di sè.Due indicazioni quindi, per essere felici:
Provare per credere. Proviamo ad alzarci alla mattina con il proposito: "Oggi voglio essere felice". State sicuri che alla sera ci ritroveremo annoiati. Bisogna alzarsi con un altro proposito: "Oggi, voglio fare ciò che mi sta a cuore, che vale, è importante", state sicuri che alla sera saremo contenti. La consapevolezza di avere fatto ciò che giova, di aver vissuto "per" qualcosa, ci darà l'effetto non intenzionale della felicità.
...PIU` UNA
Queste due "regole di istruzione" ne sottendono un'altra: per essere felici dobbiamo concepire la nostra vita come relazione.
La persona umana è un essere in relazione (anche se decide di fare il trappista). Qui è un'altra causa del fallimento del narcisismo. Il narcisista che segue il mito del "abbi cura di te" è una persona innaturale che vive secondo una logica di solitudine. Il nostro io ha bisogno di un riferente, un partner, che sia un non-io: una realtà esterna alla quale sentirsi vincolati, ad essa rispondere e con quella vivere in relazione. L'uomo non è fatto per vivere da solo. Questo "oggetto" verso il quale trascendersi non è qualcosa di esterno ma è costitutivo del nostro io: attraverso la relazione con quell'oggetto costruiamo il nostro essere e dover essere. Questa relazione servirà da metro di misura e bussola di orientamento per la vita concreta. Di nuovo, la vita pratica ne è la prova. Se il mio obiettivo è solo il mantenimento-ingrandimento del mio io, con il mondo stabilirò un rapporto intermittente e arbitrario: sto con gli altri nella misura e finchè serve a me, mi interessano le informazione che la vita mi dà nella misura che confermano il mio io altrimenti le ignoro, le traviso o le mistifico, mi accetto solo se il mio io riceve conferme e gratificazioni. Quando invece mi sono definito in base ad una relazione, nasce un rapporto piú sereno con la realtà: fra le varie sue proposte so scegliere ciò che esprime o accresce la mia relazione di vita, so discernere ciò vale e non vale, so reggere alle ferite del mio io perchè libero dalla condanna al successo forzato. Pensiamo ad esempio alla scelta di sposarsi. In termini narcisisti significa: sto con te perchè "mi fai sentire, essere, stare...bene". In termini di relazione significa: "sto con te perchè insieme realizziamo una vita piú significativa".
In breve: per essere felici occorre perdersi verso un ideale di vita che ci trascende, e farlo con la consapevolezza che è la relazione con questa "perla preziosa" a determinare la qualità della nostra esistenza. Come si vede, qui c'è un accordo perfetto fra l'insegnamento del vangelo e le indicazioni desunte dalla analisi della natura umana. Natura e rivelazione qui si confermano a vicenda. Le richieste evangeliche del donarsi e della vita come alleanza non sono un "optional" cristiano ma una condizione naturale per vivere la vita beata. E` la stessa natura umana che suggerisce quei criteri di vita che la rivelazione conferma e approfondisce di nuovo significato.
DUE TIPI DI FELICITA`...
Cosa significa allora felicità? Il termine ha due significati ben diversi l'uno dall'altro. A differenza dell'animale, a noi è dato di sperimentare due tipi di felicità, perchè noi abbiamo due diversi modi di affrontare la realtà, o se vogliamo, due logiche di vita.
...FRA LORO DIFFERENTI
La prima è una felicità emotiva che deriva dall'appagamento dei propri bisogni e si sperimenta come mancanza di tensione. La seconda è una felicità piú razionale, che all'animale non è concessa. La prima, è la felicità per aver ottenuto ciò che piace. La seconda, per aver realizzato ciò che giova, vale la pena, sta a cuore. Quest'ultima è la vera felicità. Non sarà la gaiezza chiassosa, nè il ridere a crepapelle, ma qualcosa di piú profondo e duraturo: una pace e libertà interiore che nascono dalla consapevolezza di aver fatto ciò che giova. Direbbe S.Paolo: nonostante le tribolazioni, le difficoltà e la fatica, noi ci sentiamo piú che vincitori. E` una felicità che deriva dall'aver realizzato dei valori e dall'aver vissuto la propria vita come relazione con qualcosa che conta e che dura. E` a questo secondo tipo di felicità che mira la proposta cristiana nonchè il cuore dell'uomo. E` la ricompensa non intenzionale per essersi consegnati a qualcosa che vale. E il cammino evolutivo del nostro io lo conferma: crescendo, il bambino incomincia a riflettere sui suoi desideri istintivi e può determinare se sono realistici o no, può anche rinunciarvi e sostituirli con desideri piú razionali, che nascono dalla volontà di volersi elevare verso qualche bene. Grazie alla possibilità di sperimentare queste emozioni razionali, il bambino imparerà ad astrarre: non rimarrà chiuso solo a ciò di cui ha bisogno qui e ora, risponderà anche ad ideali apprezzati come intrinsecamente importanti fino ad arrivare -da uomo- a desiderare valori unicamente razionali che non potremmo mai desiderare con le sole emozioni sensibili. Ad esempio, la croce: istintivamente è repellente, ma possiamo apprezzarla come valore importante e necessario fino a desiderarla per essere "come" il Signore. La persona umana può passare da una affettività emotiva a una affettività libera, voluta e cosi' può raggiungere una felicità razionale, non nel senso che è ragionamento ma nel senso che è il frutto della attività libera e responsabile dell'uomo. Si apre così una pista educativa molto interessante. Per educare alla felicità dobbiamo, prima, educare ad un corretto e maturo rapporto con la realtà. In base a che cosa possiamo concludere: questo è importante e questo no, questo ha senso e questo no? In base a che cosa educhiamo i nostri desideri? Un oggetto (persone, cose, valori...) è desiderabile perchè piacevole e soddisfacente per me oppure, perchè vale in se stesso, intrinsecamente, indipendentemente dall'effetto che può produrre in me. E` la differenza che passa fra l'amore possessivo e l'amore oblativo, fra il vivere per non morire e il vivere per un senso, fra lo sposarsi per un sollievo temporaneo e il farlo per realizzare qualcosa che vale la pena. L'educazione alla felicità richiede la capacità di apprezzare il bello e il buono. Come esercizio per affinare il gusto del bello proporrei di verificare ogni tanto la qualità dei nostri desideri secondo gli schemi qui acclusi.
COME VALUTARE I NOSTRI DESIDERI
PER LA VERA FELICITA` OCCORRE IL CORAGGIO DIPASSARE
TRE CONVINZIONI PREVIE ALLA FELICITA`
1. Dio mi ha scelto in modo personale per un rapporto di alleanza con lui. Mi ha scelto con il mio inestricabile groviglio di bene e male, di desideri e paure.
2. Gli avvenimenti della mia vita si svolgono sotto lo sguardo di Dio provvidenza. Il Dio che mi ha chiamato è il Dio della mia storia: attraverso ciò che mi capita, è la sua presenza e il suo richiamo che si manifesta.
3. Mi permetto di dare a Dio la licenza di usarmi perchè attraverso di me Lui possa raggiungere anche gli altri. Infatti la nostra felicità è proporzionale alla nostra disponibilità.
(Dalla rivista “VIA VERITA' E VITA” n.135)