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(Padre Anselm Grun)


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Vostri Articoli Sofferenza Psichica e Sequela di Cristo
08-02-2010 alle 20:13:06
La sofferenza nella nostra mente non utilizza molte parole o spiegazioni, a volte non ne usa affatto, ma ci sa aggredire silenziosamente e sa parlarci e ridimensionarci (lo dico anche per esperienza personale) molto più della gioia e della felicità.
Il dolore psichico trova le sue radici nell’esperienza dei nostri limiti, delle nostre fragilità di fronte alle prove che la vita ci riserva ogni giorno: ci si sente impotenti di fonte a qualcosa o a qualcuno e ci si confronta dolorosamente con la limitatezza della nostra condizione umana e con la pochezza dei nostri progetti terreni.


Tutti noi vorremmo evitare l’esperienza del male psichico ed affettivo, così come di quello fisico, ma esso si intreccia alla nostra vita praticamente dal momento della nascita e anche se ne cerchiamo costantemente una spiegazione razionale non ne troviamo alcuna; anzi possiamo dire che il male “è tale proprio perché non da spiegazioni”. In fondo quasi tutte le religioni nascono per trovare una soluzione alle domande sulla sofferenza umana e la filosofia, l’arte, la scienza cercano di offrire risposte al dolore e alla paura di vivere.
Pensiamo agli adolescenti, e cerchiamo di fare ricordo anche del nostro periodo adolescenziale: perché si soffre così tanto? Di che cosa si soffre? E’ il periodo delle scelte importanti, si sperimenta la propria inadeguatezza rispetto ai coetanei ed al mondo che ci circonda, il proprio corpo cresce in un modo che può far impaurire, la propria mente sperimenta il conflitto interiore tra ciò che si è e ciò che si desidererebbe essere. Il dolore inizia allora a legarsi al proprio limite ed al non-senso, alla debolezza ed al bisogno degli altri, al contrasto tra il comportamento attuato e quello voluto o desiderato.

Le nostre generazioni (che oggi hanno dai 40 anni in su e che forse leggeranno queste righe) ricorderanno come è in questa età adolescenziale che sono comparsi i primi e maledettissimi sensi di colpa, noccioli iniziali di moltissime sofferenze psicologiche ed alla base di alcune vere e proprie malattie psichiatriche. Sensi di colpa conosciuti come emozioni secondarie (ossia non innate come la rabbia,la tristezza,la gioia) e che sono (o meglio dovrebbero essere) delle naturali reazioni a situazioni nelle quali si è fatto, o non fatto, qualcosa il cui effetto è stato negativo per se e/o per gli altri.
Tutti noi facciamo parte di gruppi di riferimento, dal più piccolo, come la famiglia, a gruppi più ampi, come ad esempio la nostra chiesa cattolica, che contribuiscono alla costruzione della nostra identità personale attraverso la condivisione di norme e valori; ed è proprio in questo contesto che nascono, secondo Freud, i sensi di colpa, originati da nostro Super-io (giudice interiore, a volte terribile) che ci rammenta i nostri doveri, le nostre responsabilità e ci provoca sensazioni di rimorso quando i nostri comportamenti si discostano dalla regola.

Oggi i sensi di colpa attanagliano decisamente di meno i ragazzi, secondo lo psichiatra Vittorino Andreoli perché: “l’attuale cultura ha combattuto il senso di colpa proprio in quanto posto all’origine di un dolore, che è sempre un vissuto negativo. La colpa è stata vista come una mina all’autostima, fondamento della fiducia e della possibilità di proporsi nella società. In questo senso la cultura del tempo presente si pone in antitesi a quella religiosa in genere,e cattolica in particolare, che parla persino di colpa originaria,legata all’appartenenza alla specie”.
L’urgenza di questi tempi appare quindi quella d’integrare il senso del proprio limite, strutturalmente umano, nella propria vita, accettando le frustrazioni, sopportando la fatica per arrivare ad un risultato, giungendo a vivere la malattia e la sofferenza psichica non come una tragedia, ma come tappa di un percorso di crescita umana attraverso la migliore conoscenza di se stessi.
Molto bene ha descritto l’angoscia psichica C.S. Lewis, quando parla della morte della moglie: ”Nessuno mi aveva mai detto che il dolore assomiglia tanto alla paura. Non è che io abbia paura, la somiglianza è fisica, gli stessi sobbalzi dello stomaco, la stessa irrequietezza…tra me e il mondo c’è una sorta di coltre invisibile. Fatico a capire quello che mi dicono gli altri, o forse fatico a trovare la voglia di capire…..però voglio avere gente intorno…..ma vorrei che parlassero fra loro e non a me”.

Certo di fronte all’assurdità e all’incomprensibilità del male ci continuiamo a confrontare quotidianamente e viene in mente la celebre argomentazione di Epicuro: “Dio vuole togliere il male e non può; o può e non lo vuole; o vuole e può. Nel primo caso è debole - ma un Dio impotente è ancora Dio? nel secondo caso odia gli uomini o quanto meno non li ama - ma un Dio perverso è ancora Dio? Se poi vuole e può allora perché non lo elimina?".
Ebbene noi cristiani alla domanda retorica di Epicuro ”Un Dio impotente è ancora Dio?” potremmo rispondere: “Certamente sì!”.
Quindi se torniamo a riflettere su come attuare la sequela di Cristo da persone sofferenti nella psiche è importante non intraprendere una dura ed estenuante lotta con Dio, come se Lui fosse la causa dei nostri mali, con la consapevolezza di un altro elemento: la fede non aiuta materialmente a superare le inquietudini e le ansie, non fa intervenire un Dio mago che con un intervento sovrannaturale ci toglie dal dolore, anzi certi eccessi di religiosità possono portarci fuori dalla giusta strada, nascondendoci che il peso della propria croce ce lo portiamo da soli, con l’aiuto degli altri ed il sostegno del Signore.
Probabilmente noi desideriamo credere solo dopo aver visto (San Tommaso), mentre il modo di agire e di pensare di Dio è opposto: prima è necessario credere e poi si sperimenta la provvidenza divina. “Dio dona nella misura che noi attendiamo da lui” scriveva San Giovanni della Croce.
Non credendo nella provvidenza di Dio non se ne fa esperienza e non facendone esperienza non si crede; abbandonandosi a Dio invece si scoprirà che Egli è molto più generoso delle nostre stesse aspettative.

Mario Moschini (marmos)

Suggerimenti bibliografici

- Andreoli V., Elogio della normalità, Marietti, Torino 2002
- Lewis C. S., Diario di un dolore, Adelphi, Milano 1998
- Scapin S., Uomo in fuga, Graphe.it edizioni 2 0 0 7




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