Di Pierre Dufoyer
L'EDUCAZIONE
MORALE DEI NOSTRI BAMBINI
In un suo libro poco conosciuto, Mauriac fa queste poco consolanti riflessioni,
eppure per più di una ragione non prive d'interesse: " Per molli genitori
l'essenziale è che i ragazzi stiano bene: ecco il primo pensiero: " Sei
tutto sudato, non bere ancora... Mi sembri un po' caldo: adesso ti provo la
febbre!".
Chi non si ricorda delle sensazioni della propria infanzia : una
mano posta con insistenza sulla fronte: due dita infilate nel colletto; e tutto
quello che ci tocca trangugiare a digiuno o all'ora dei pasti, perchè i nostri
genitori avevano l'idea fissa di fortificarci e perchè c'era sempre un nuovo
ricostituente che, almeno nei primi mesi di cura, fortificava più degli altri?
Prima di tutto, che i bambini stiano bene; poi, che siano bene educati. " Sta'
diritto, sei gobbo... Non pulire il piatto... Non sai usare il coltello... Non
appoggiarti così... Le mani sulla tavola! Le mani, non i gomiti... Alla tua età
non sai ancora pelare un frutto?... Non fare quell'aria stupida quando ti si
parla... ".
Sì, che siano ben educati! E il senso che tutti diamo a
questa espressione " ben educati " mostra fin dove l'abbiamo abbassata.
Che conta è ciò che apparirà di loro all'esterno, la loro facciata
davanti al mondo.
Basta che non tradiscano nulla, al di fuori, di ciò che il
mondo non accetta, e noi ci sentiamo tranquilli; tutto va bene.
I soli educatori degni di tale nome – ma quanti ce ne sono? - sono coloro per i
quali conta ciò che Barrès chiamava " l'educazione dell'anima ". Per
loro, ciò che importa in questa giovane vita che è stata loro affidata, non è
solo la facciata che si apre sul mondo, ma le disposizioni interiori, quello
che nel destino di un uomo non e conosciuto altro che dalla coscienza e da Dio.
L'educazione morale del bambino è una cosa importante; perciò cercheremo in questo capitolo di spiegare il modo con cui si sveglia e si costruisce il senso morale nel
bambino.
Alla nascita e nei primi tempi, il neonato e il piccino sono sprovvisti di ogni
senso morale. Si accontentano di vivere e di cedere ai loro impulsi innati,
senza una qualsiasi costrizione personale.
Se fossero abbandonati a se stessi, agirebbero puramente e semplicemente come
meglio loro sembrerebbe, prendendo senza rimorso le cose degli altri,
rendendosi padroni di tutto ciò che piace loro, divorerebbero ogni cosa che
appare appetitosa... Questi sarebbero i loro gesti, dettati dal bisogno di
affermare la propria personalità e di cercare il piacere sensibile.
Non è
press'a poco così che vivono i "bambini viziati " che hanno addomesticato una mamma troppo sensibile e tesa nel tentativo di compensare un amore coniugale deluso?
Di solito i familiari, per comodità personale o per desiderio di educazione, si
oppongono all'insorgere di certi desideri istintivi del bambino e gli impongono
delle proibizioni o delle discipline. È soprattutto la parte della mamma.
Per
ottenere dal piccino o dal bambino che si astenga da certi gesti spiacevoli, la
mamma fa un viso severo o mostra il dito ; al contrario sorride al bambino che
agisce secondo i suoi desideri e gli manifesta la sua soddisfazione.
Così inconsciamente, forse, ma in modo reale ed efficace, a proposito o a
sproposito, getta nel bambino le basi del suo concetto morale.
Per mesi e anni
tali reazioni materne - e ben inteso, paterne e familiari - permetteranno al
bambino di costruirsi una scala dei valori : da una parte i gesti che attirano
l'approvazione, dall'altra quelli che portano con sè una rimostranza o una
punizione.
Ora il bambino, e l'abbiamo detto, ha come primo principale bisogno quello
dell'affetto materno, garanzia di sicurezza, fonte di ogni agio e di ogni
gioia. Prima di ogni altra cosa proprio questo cerca : si priverà di un oggetto
desiderato, per evitare il rimprovero materno; compirà un gesto che gli è
piacevole, per ottenere la sua approvazione.
Il fatto è che nel bambino di sei
mesi l'affettività prende un posto primordiale e costituisce lo strumento
necessario ed efficace per i primi rudimenti della sua educazione morale.
Grazie a questo meccanismo affettivo è possibile insegnare al bambino fin dai
suoi primi anni che ci sono degli atti proibiti e altri approvati. Prima
classificazione degli atti umani, molto importante invero, che si arricchirà
progressivamente.
Per una buona e stabile struttura della personalità morale del bambino è sommamente
importante che la mamma non sia capricciosa.
Se la mamma cambia continuamente,
secondo l'umore, gli ordini e le proibizioni, se permette ciò che ha proibito o
proibisce oggi ciò che aveva permesso ieri, il bambino non si raccapezza più in
tale sequela di contraddizioni.
La sua piccola mente si fa un'idea molto caotica della morale. Importa anche che
la mamma segni nel modo più chiaro possibile, nelle sue frasi o nei modi di
rimproverare o di incoraggiare, una netta differenza tra ciò che è
semplicemente non ammesso dal costume e dalle convenzioni, dal modo di pensare
mondano, e ciò che è contrario ad un precetto morale.
Dare la mano destra e non
la sinistra e domandare permesso per passare davanti a qualcuno, mettere la
mano davanti alla bocca quando si sbadiglia, voltarsi un pochino per soffiarsi
il naso, e farlo con poco rumore, sono evidentemente delle pure convenzioni.
Tali modi di fare hanno senza dubbio un fondamento sociale : si tratta di
delicatezza e di rispetto per gli altri. Simili atteggiamenti non meritano per
nulla una qualifica identica alle bugie, alla caparbietà, all'istinto di
distruzione del bene altrui per gelosia o per collera È inutile dire che il
bambino bugiardo, caparbio, che rompe o fa delle scene di collera non ha la
medesima responsabilità a cinque anni o a dicci o più tardi ancora.
Certe mamme non sempre fanno questa distinzione necessaria e si inquietano troppo per certi gesti dei loro bambini ancora piccoli.
Se da una parte non bisogna esagerare la
loro responsabilità, importa molto per il loro avvenire morale distoglierli, per quanto è possibile, fìn dai primi anni, da quei modi di fare dì cui non debbono assolutamente prendere l'abitudine.
Quando li correggeremo denomineremo i primi come " cattivi ", per esempio; mentre per gli altri diremo soltanto: "i bambini che vogliono essere educati danno sempre la mano
destra ".
Questo segno di assenso o di riprovazione materna darà al bambino i primi elementi del
giudizio morale. In base a questo, potrà progressivamente catalogare i diversi
modi di agire : " cattivi ", " sconvenienti ", "leciti ", " buoni ".
L'efficacia di un simile atteggiamento non si limiterà a questi acquisti intellettuali. Il primordiale bisogno del bambino di restare in buona armonia con la mamma, lo condurrà spesso ad adottare i gesti che le piacciono ed evitare quelli che le dispiacciono.
Così si abituerà a poco a poco ad agire bene, e queste abitudini saranno per lui una forza reale per la condotta nella vita futura.
Quando il bambino e ancora nella culla, o comincia appena a camminare, e fino a che non è in grado di capire i rimproveri della mamma, l'educazione morale si
riduce ad una pura preparazione di abitudini.
Ne deriva solo un risultato meccanico: facilità di ripetizione di un atto.
Furtivamente si va creando nell'intelligenza infantile, oltre alla materiale classifica tra " atti da farsi " e " atti da evitare " per ottenere il sorriso materno, il segreto sentimento di un bisogno o di una necessità fisica, primo lineamento del sentimento dell'obbligo morale di domani. Già il piccino, e più tardi il bambino, esigono volentieri la ripetizione di gesti ai quali sono abituati.
Questa evoluzione dell'anima infantile, dal gesto posto per abitudine
all'esigenza di tale gesto, è cosa molto nota.
Il bambino è facilmente creatore
di riti e, se l'educatore non sta attento a variare il quadro dei suoi atteggiamenti, il bambino farà di tale quadro una vera necessità: ben presto non vorrà più dormire altro che in una camera illuminata, o con la porta aperta, o col suo orsacchiotto a fianco.
Così più tardi non ammetterà che si modifichi il racconto sentito già cento volte: " No, non era così ".
Questa disposizione dell'anima infantile, che dal gesto abituale giunge subito alla
esigenza, e poi alla necessità, fa acquistare al bambino la nozione vissuta di
" cosa da farsi ".
Senza dubbio si tratta di una necessità puramente fisica, distinta dalla necessità morale dell'obbligo. Non importa : proprio attraverso il fisico il bambino acquista il sentimento intimo e la nozione di cose che devono essere fatte, mentre nel medesimo tempo si forma in lui un pregiudizio favorevole, una simpatia, un'inclinazione ad ammettere domani questo medesimo sentimento di necessità dal punto di vista morale.
Verso i tre anni, quando l'intelligenza del bambino si sarà svegliata, la mamma gli potrà ricordare che facendo così " fa piacere alla mamma " o " al papà ".
Il bimbo in fasce non avrebbe capito tale discorso; nella sua seconda infanzia è già in grado di capirlo, la qual cosa permette fin da questa età un rinforzo dell'educazione morale.
È vero, però, che il bambino, diventato padrone dei suoi movimenti e desideroso di emancipazione, è più tentato dal mondo esterno ad agire a suo piacimento. Le possibilità dell'educazione morale crescono dunque parallelamente alle sue difficoltà.
A partire dai quattro anni, l'educazione morale potrà diventare più oggettiva e
meno affettiva, almeno in apparenza. Il richiamo al desiderio di fare piacere
sarà certamente utilizzato con efficacia, ma è venuto il tempo in cui le
formule " questo è bene ", " questo è male " cominciano a presentare al bambino il senso ancora molto vago, ma vivo, di un senso morale.
A questa età il bambino sembra ammettere la necessità di certe regole.
Facendo eco alle frasi degli adulti, usa anche lui, parlando con fratello o sorelle,
l'espressione " bisogna " o " si deve "; ciò indica in lui l'inizio della comprensione di un senso d'obbligo.
Nelle famiglie credenti, il richiamo alla volontà di Dio rafforza tale impressione e
questo sentimento nascente.
Il bambino capisce a suo modo, cioè in modo molto
antropomorfico, il senso di questa parola " Dio ".
Ai suoi occhi rappresenta una personalità nella linea del padre e della madre, ma superiore ancora e più potente.
A tre anni e dopo i quattro soprattutto arriva l'età dei castighi e dei premi.
Questi sono di fatto una manifestazione del medesimo ordine, ma più esplicita e
più espressiva del sorriso della mamma o del volto rabbuiato e severo sopra la
culla.
A loro riguardo, ma più espressamente questa volta, bisogna ripetere le
osservazioni che avevamo fatto più sopra. Hanno maggior importanza per il fatto
che il lento, ma sicuro risveglio intellettuale del bambino gli fa ormai capire
e indovinare non poche cose.
L'adulto, ancora, deve far attenzione a proporzionare bene i suoi atteggiamenti pedagogici col vero stato d'animo del bambino, e a misurare le sue reazioni non alla noia causatagli da tale modo di agire, ma al grado di errore morale dell'atto in causa. Purtroppo, tutti sono ben lontani dal comportarsi così!
Quante mamme si irritano eccessivamente, perchè è stato rotto un piatto o perchè si è rovesciato il bicchiere. A meno di una disobbedienza ad un ordine immediato, il bambino non ha nessuna responsabilità in questo incidente, perchè è ben lontano
dall'avere una perfetta padronanza dei suoi nervi e dei suoi movimenti.
D'altra parte, queste stesse mamme rideranno talvolta volentieri di un'impertinenza,
che è furba o accompagnata da una riflessione ingenua o scherzosa. Ciò vuol
dire falsare il giudizio morale del bambino.
Nel medesimo ordine di idee importa complimentare lo sforzo, non la riuscita;
biasimare l'errore, non la distrazione. Il bambino è perfettamente conscio,
talvolta, di avere agito male e si aspetta una ramanzina. Tralasciarla,
soprattutto quando sa d'essere stato visto, è agire in modo sbagliato. Me val
meglio felicitare un ragazzo per degli sforzi che non ha fatto.
L'ideale è di adattare ricompense e rimproveri agli sforzi realmente compiuti o evitati.
Il gioco, soprattutto il gioco fatto in gruppo, contribuisce anch'esso a
convincere il bambino della necessità di regole in società.
Giocando per obbligo materno con i suoi fratellini e sorelline, troppo piccoli ancora per
essere dei compagni " seri ", il bambino impara per esperienza che la mancanza di regolamento rende ogni gioco impossibile; ed alla stessa conclusione giunge con quelli che ingannano.
Tale persuasione, pensiamo, ha un influsso innegabile sulla formazione della sua coscienza morale. E gli farà più facilmente ammettere la necessità di precetti nella vita sociale e la necessità di osservarli.
La Chiesa Cattolica mette il risveglio della coscienza morale nell'individuo verso
i sette anni. È un'esatta conoscenza della realtà; si tratta, ben inteso, di un
semplice risveglio, non di una maturità, la quale ultima si acquista solo nella
giovinezza.
Tra i sette e i dieci anni e negli anni seguenti il bambino capisce a poco a poco perchè un determinato modo di fare è buono o cattivo in se stesso e non solo perchè suscita il sorriso o la severità materna.
Tale sganciamento della pura moralità dal suo contesto affettivo, si opera solo lentamente.
L'adolescenza, età in cui c'è un'acuta presa di coscienza di se stessi, gli darà uno slancio potente e definitivo.
Queste riflessioni sembrerebbero significare a prima vista che l'ambiente familiare e
sociale fornisce tutta la struttura della moralità, senza che vi sia il minimo
apporto da parte dell'individuo.
È verissimo che l'ambiente ha un influsso enorme sui nostri giudizi morali. È ben chiaro il fatto che l'essere umano ammette o condanna una certa condotta, secondo che esce da un ambiente primitivo, pagano, civile o cristiano.
Questo tuttavia è un giudizio troppo sbrigativo e superficiale. Certamente non vi sono
idee morali innate così come non vi sono conoscenze intellettuali innate.
Tuttavia, come dal punto di vista intellettuale l'essere umano presenta una
radicale capacità di capire (cosa impossibile all'animale), così possiede, sul
piano morale, un innato orientamento a simpatizzare con ciò che gli si dirà
essere bene e a rimproverarsi il male che eventualmente commetterà.
L'educazione senza dubbio ha in ciò una grande parte, ma sembra che essa trovi
la sua efficacia in certe propensioni e simpatie verso alcuni insegnamenti
fondamentali.
Per terminare questo capitolo richiamiamo le grandi linee dell'educazione morale :
alla preparazione della prima infanzia, alla imposizione autoritaria e
fisicamente oppressiva di certi modi di fare, deve a poco a poco succedere
l'affermazione di una legge morale esteriore : " Bisogna " e la
necessità di osservarla : " Devi ".
Durante l'infanzia, gli educatori dovranno aiutare a volere : " Facciamo assieme " ; più tardi con l'adolescenza e la giovinezza verrà il tempo del " decidi da solo ".
Una cosa risulterà ben chiara, speriamo, da ciò che abbiamo detto : quale sia
il compito eminente dell'educatore nella formazione della coscienza morale e di
quali possibilità disponga, in modo tutto particolare, la mamma per poterla
compiere.
È necessario, in più, saper usare bene queste risorse : con precisione di giudizio, padronanza di nervi e di impressioni e senso dell'opportunità.
Risveglio del senso religioso
Nelle famiglie credenti l'educazione religiosa va di pari passo con l'educazione
morale e la rinforza. Tiene conto del modo con cui il bambino si evolve e
adatta l'insegnamento alle sue possibilità.
La prima attività del bambino è il guardarsi attorno : fate in modo che il suo
sguardo incontri un Crocifisso o un'immagine della Madonna.
Il piccino ama la luce : illuminate e fate splendere una statua religiosa : ve ne sono in
commercio di trasparenti, munite di una lampadina all'interno.
Poi il bambino è tutto orecchi: cantategli nenie religiose che imparerà diventando
grande. Grazie a Dio ce ne sono oggi, semplici e melodiose, che esprimono
sentimenti reali in termini facili.
La bocca è per il lattante uno strumento di investigazione. Fategli baciare un
Crocifisso o una medaglia. In un'atmosfera di calma e di dolcezza, parlategli
con voce raccolta, diversa dal vostro tono abituale. Con questa tattica gli
darete la sensazione fisica che il mondo religioso è un mondo a parte.
Fate toccare al bambino oggetti religiosi, fateglieli baciare; ma, cosa importante,
sempre in un'atmosfera particolare, fatta di calma, di lentezza e di sorriso.
Insegnategli al più presto il Segno della Croce. In poco tempo sarà capace di farlo a suo
modo, un po' goffamente. Non esigete un Segno di Croce perfetto, cosa che di
solito richiede un po' di tempo.
Quando il bambino è in grado di fare brevi passeggiate, entrate talora in qualche chiesa e rimanetevi un istante perchè vi veda in preghiera. Non mancate di fargli vedere i Presepi o i Sepolcri o l'altare durante le Quarantore. Il Presepio lo divertirà perchè i personaggi
gli sono familiari : il Bambino, gli animali, i pastori, i Re Magi. Davanti a Gesù esposto ammirerà soprattutto il gran numero di candele.
Tuttavia c'è modo di attirare l'attenzione sull'Ostia. La piccola lampada del Tabernacolo, notata ben presto, sarà per lui il simbolo di una presenza.
Dopo i tre anni cominciano i perchè. Siccome non è per niente un razionalista, crede volentieri alle realtà dell'invisibile. Niente di più semplice che suggerirgli,
non solo con gesti e atteggiamenti, ma con parole semplici e adatte alla sua
intelligenza (in pieno sviluppo a questa età), l'esistenza di Dio, creatore di
tutto ciò che esiste e che suscita la sua ammirazione. Capirà facilmente che
" Dio vede tutto ". " Nella notte nera, in una foresta nera, una
formica nera, Dio la vede ".
Tale certezza verrà ad animare concretamente, a vivificare il comando morale un po' secco del " bisogna ".
Iddio non gli deve apparire solo come un Sorvegliante della morale e un Poliziotto
supremo, ma anche come un Padre affettuoso e amorevole.
La seconda infanzia, di fatto, è l'età dei sentimenti, della vita affettiva intensa, delle emozioni.
Bisogna tenere conto dal punto di vista religioso e non insegnare " il Dio
dei filosofi, ma il Dio (concreto) di Isacco, di Abramo, e di Giacobbe "
(Pascal). Il bambino a questa età deve anche pregare : preghiere corte,
recitate lentamente, con un tono molto raccolto e con parole semplicissime.
Alla larga dalle preghiere del catechismo!
Le loro parole sono incomprensibili.
Alla larga anche dalle preghiere troppo ingenue! Valgono molto di più le
parole che il bambino può capire. " Signore, benedite questo pasto. Date
del pane a chi non ne ha ". Lasciate per la scuola le preghiere ufficiali
dalle parole difficili!
Vedere i suoi genitori pregare è per il bambino la lezione delle cose. È un modo
semplice e vissuto di fargli capire che Dio è ancora al disopra dei suoi
genitori.
È la prima nozione della Sua grandezza.
Certe mamme intercalano nella preghiera della sera un breve esame di coscienza.
È senz'altro il miglior mezzo di formazione morale.
Presuppone assolutamente il rispetto di una esigenza : la materia dì tale esame deve volgere solo su azioni morali ( dunque non sulle distrazioni nè sulle sconvenienze) della vita concreta del bambino.
Il pentimento e il proposito devono essere formulati non in termini di "atto dì contrizione", ma con parole molto alla mano.
Sarà utile far vedere al bambino libri di immagini religiose, fargliele colorare, ritagliare e mettere assieme. Tutto ciò fa entrare la scienza attraverso i giochi e le dita.
Quando il bambino arriva ai dieci anni, non mettiamolo più a pregare assieme ai più piccoli.
Curiamo che preghi piuttosto da solo, a suo modo, A partire dall'età
della scuola avrà imparato le parole delle preghiere ufficiali : cerchiamo di
fargli capire il loro significato.
Il nostro insegnamento si porti solo su cose ben solide.
Fin dove è possibile separiamo molto chiaramente gli elementi stabili della fede, dagli elementi di " ornamento " della pietà. Questo, non nella pratica - certi elementi
di pietà incarnano, rendono concreti e caldi gli elementi della fede - ma nella
mente.
Questa cernita non è molto facile, ne produrrà subito i suoi effetti, ma sarà preziosissima per l'avvenire.
Al bambino di otto o dieci anni bisogna " suggerire " più che comandare.
L'essenziale soltanto gli sarà imposto : tutto il resto deve essere per lui un
invito al quale si arrenderà: per forza di persuasione, di attrattiva, di
seduzione.
Che beneficio immenso una educazione religiosa che, prevedendo
l'avvenire, tiene conto del presente e dello sviluppo attuale - sensoriale,
affettivo e mentale - del bambino ! Non si veste un bambino con gli abiti di
uomo, non lo si forma efficacemente se non adattandosi alla sua statura
intellettuale e morale.
È questo, in ogni campo, il compito dell'educatore intelligente: adattarsi alle possibilità e ai dati del presente, in vista di assicurarsi per l'avvenire lo sviluppo armonioso in tutti i campi dell'essere umano.
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